Gli alberi delle dee: la simbologia inquieta e lunare della Valle dell’Aniene

Inoltrarsi nella Riserva Naturale della Valle dell’Aniene non è solo un’esperienza naturalisticamente intrigante, è un’immersione narrativa. 

La Riserva Naturale della Valle dell’Aniene è un’area naturale protetta che si estende per circa 620 ettari, attraversando diversi quartieri dell’area nord-est di Roma.

La riserva è una testimone archeologica della storia laziale: tra le anse del fiume che la attraversano possiamo scorgere tracce della vita preistorica, romana antica, medievale e moderna.

Si tratta di un perimetro interessante da un punto di vista naturalistico, un corridoio ecologico capace di creare continuità tra ecosistemi diversi.

Vi troviamo quello urbano, composto da alberi ornamentali ed erbacee comuni; quello della tipica campagna laziale fatto di ampie radure di orzo e avena selvatici; e quello fluviale, fatto di canneti, piante acquatiche, pioppi, ontani ed altri alberi che ben sostengono la vicinanza con i corsi d’acqua.

Potrà sembrare un punto di vista poco comune, ma le storie degli alberi che abitano la Valle dell’Aniene possono essere raccontate seguendo un tracciato, un percorso che trattiene in sé una simbologia inquieta, a volte infera, a volte lunare, colorata da una femminilità indomata e oscura come quella di dee, maghe e ninfe che hanno popolato miti e teogonie di molte civiltà europee.


La pianta degli ‘in-between‘: il Sambuco

Appena ci si inoltra nella riserva, infatti, il primo albero che si incontra crea una “porta” tra il mondo della città e del suo caos asfaltato e quello del parco, dove i suoni dei cinguettii e del vento sembrano dominare  completamente l’aria.

Secondo molte leggende del folklore europeo, i passaggi che separano il mondo umano da quello del piccolo popolo si trovano negli spazi “tra”: nello spazio TRA una stanza e un’altra, TRA dentro e fuori, TRA un giorno e l’altro. Il Sambuco (Sambucus nigra L.) è l’albero di degli spazi “TRA” o, come si dice in inglese, degli ‘in-between‘.

A farci caso, gli alberi di sambuco crescono sempre nelle zone di confine: ai margini dei campi, vicino alle porte, tra un ecosistema e l’altro. Non è un’osservazione astratta, al contrario, è molto concreta e ha a che fare con la botanica e la distribuzione della specie. Gli alberi di sambuco non caratterizzano nessun habitat ma vivono nelle zone di demarcazione, finendo per abitarne un gran numero in Europa, almeno fino ai 1400 m di altezza.

Il primo albero che si incontra all’ingresso della Riserva di Valle dell’Aniene è – sembra fatto apposta – proprio un Sambuco. 

Di matrice uraniana, il Sambuco è un Giano Bifronte botanico dall’immenso potere “potenziale” che dentro di sé contiene tutto e il suo contrario. È, infatti, l’incarnazione arborea di Holda, creatura della mitologia germanica, descritta a volte come fata benevola e protettiva, a volte come strega mangiabambini dalle lunghe zanne affilate. E’ bianco e nero: bianco, come i candidi fiori usati da sempre per le loro capacità curative, e nero, come i  frutti carichi di glucosidi cianogenetici, precursori del letale cianuro.

Nè buono né cattivo, ma capace in potenza di essere sia l’uno che l’altro, il sambuco è l’albero giusto per cominciare il cammino all’interno della riserva.

(In fondo, di che materiale è composta la bacchetta magica più potente del mondo?)


Il dolore della madre del centauro: il Tiglio

Basta proseguire pochi passi nel sentiero tracciato dalle passeggiate degli avventori, per scoprire una nuova tappa in questo racconto.

Camminando, i primi esemplari di questa nuova specie sono giovani, alti 2-3 metri, hanno un fusto snello alla cui base crescono i primi timidi polloni pieni di foglie cuoriformi. Proseguendo, invence, gli individui diventano nettamente più imponenti. Possenti e dalle chiome folte da cui penzolano foglie e brattee profumate, questi alberi creano coni d’ombra freschi sotto cui l’avventore può rigenerarsi: i giganti sono alberi di Tiglio – Tilia cordata L. -.

Un po’ per le sue forme morbide, un po’ per il suo profumo dolce e tipicamente estivo, il tiglio è stato associato alla figura femminile e consacrato ad Afrodite. Il mito della ninfa Filira, figlia di Teti e Oceano, è però più noto e ne racconta lo stupro da parte del titano Crono: colto sul fatto dalla moglie Rea, fuggì dalla ragazza trasformandosi in uno stallone, galoppando via e lasciando incinta la ninfa. Questa unione violenta portò alla nascita di Chirone, mezzo uomo e mezzo cavallo, una figura mitologica in realtà gentile e saggia, da cui l’umanità avrebbe ricevuto il dono della conoscenza medica e delle erbe. La povera Filira, però, ignara della sorte che avrebbe aspettato suo figlio e sovrastata dalla vergogna, chiese a Zeus di lenire il suo dolore e, esaudita, venne trasformata in un Tiglio, l’albero che ancora oggi in greco porta il suo nome:

φιλύρα ->Filýra ->Filira

Foglie e brattee hanno proprietà calmanti, ipnotiche e distensive, inducono il sonno, sono mucolitiche e antitussive e facilitano la risoluzione di situazioni infiammatorie come coliti, esofagiti e stati febbrili. Le gemme intervengono sul sistema nervoso centrale e periferico, possono essere utilizzate durante momenti di squilibrio psicoemotivo e accompagnare i trattamenti di tutti quei disturbi con un’evidente componente psicosomatica. Come se quel bisogno urlato di ritrovare pace potesse essere accolto solo dalla metamorfosi vegetale, così le effettive proprietà farmacologiche della pianta sembrano raccontare proprio questa quiete, finalmente recuperata e interiorizzata.


Il bosco di Persefone: i pioppi neri e i salici “che perdono i frutti”

Il sentiero prosegue e si avvicina al fiume. Il paesaggio cambia a poco a poco.

Agli ampi campi su cui  tigli, querce e lecci troneggiano come giganti, si sostituiscono zone più ombrose, caratterizzate da alberi e piante che crescono in terreni umidi, bagnati dai corsi d’acqua che anticipano l’arrivo agli argini.

Ontani, bardane, canneti colorano di verde il sentiero man mano che si fa ombroso e fresco, mentre la camminata verso il fiume è accompagnata dal suono del vento che colpisce le foglie dei salici (Salix alba L.) e dei pioppi (Populus alba, Populus nigra, Populus tremula). 

Il Salice – di cui puoi leggere un’altra storia inaspettata qui – è un albero “Madre” dedicato a figure lunari come Ecate, Circe e Core-Persefone, per via della simbologia uterina dei suoi frutti. Secondo Omero, questi vengono “persi” dalla pianta prima di poter arrivare a maturazione, un dettaglio che conferisce così alla pianta una natura duplice, capace contemporaneamente di creare e distruggere la vita. Da un punto di vista botanico, il ciclo riproduttivo del salice è – banalmente – molto veloce: i semi si generano e cadono ad un ritmo continuo e serrato e, agli occhi degli antichi, l’osservazione di questo fenomeno finiva per incarnare un’immaginario di femminile sacro e impegnato in un ciclo perpetuo di incubazione ed espulsione. Sacro, sì, ma anche bestiale e spaventoso.

Anche i Pioppi sono alberi sacri alle Grandi Madri. Insieme ai salici, nell’Odissea compongono il bosco di Persefone, la figlia di Demetra rapita e portata negli inferi dal Dio Ade come oggetto, preda ingenua ed acerba, e tornata al mondo come dea e regina, un soggetto capace di autodeterminarsi e scegliere chi, come, dove e quando essere. Pur non incarnando direttamente la figura di Persefone, il pioppo nero ne richiama i tratti essenziali, con quell’aspetto insieme austero e solenne, proprio della dea dell’Oltretomba.

Per concludere

Uno strano cammino quello all’interno della riserva della Valle dell’Aniene. È cupo, contornato da figure femminili che mal si adattano agli spazi prestabiliti per loro da uomini, dei ed eroi. Dee, ninfe, maghe, femmine disobbedienti, notturne e spaventose, capaci di irretire gli uomini, di ucciderli, di dominare la notte con l’ausilio di fiere bestiali e altre erbe incantatrici.

Non è un percorso necessariamente luminoso quello in cui ci si inoltra quando si ricordano le storie delle piante. Ci avvia su un sentiero fatto di ombre, di divinità, di figure non dette, quasi mai soggetti delle loro stesse storie, deformate dallo sguardo che poi ha disegnato i contorni della società moderna.

In realtà, non è un viaggio dentro la riserva, è un viaggio nel simbolismo che l’essere umano ha costruito osservando la natura e cercando di dargli un senso attraverso la creazione di forme e archetipi.

Camminando nella Valle, è possibile immaginare che i paesaggi che ammiriamo oggi non siano poi così dissimili da quelli che accompagnavano le vite dei nostri antenati e magari non lo sono nemmeno le sensazioni che proviamo davanti a un gigante verde che sta lì, apparentemente impassibile e fermo, di fronte al tempo, a noi, al tutto che scorre.

Chissà, forse è anche per questo che le piante ci parlano ancora: perché sono vive di un tempo che non passa, capaci di custodire ombre e storie di ciò che abbiamo perduto – o che non abbiamo mai osato ascoltare.


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DISCLAIMER

Le informazioni hanno puro scopo divulgativo e non prescrittivo. In caso di malessere o malattia non esitare a contattare il medico


Bibliografia

https://www.theoi.com/Nymphe/Nymphai.html

https://www.theoi.com/Nymphe/NymphePhilyre.html

https://www.aniene.it/riserva-aniene-roma/riserva-valle-dell-aniene

FLORARIO – A. Cattabiani – Oscar Mondadori


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2 Comments

  1. Bellissimo articolo!

  2. Molto interessante 🌻

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